Carcere di Pisa: dati e criticità

 

Pisa – Il carcere di Pisa, quale casa circondariale, è un istituto che dovrebbe accogliere detenuti/e in attesa di giudizio o di sentenza definitiva, nonché detenuti/e con pene inferiori a cinque anni. I dati di base dell’istituto sono reperibili al sito:

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_data_view.wp?liveUid=2014DAPCARD&Nome=UFF56858

Attualmente si calcolano fino a ristretti 277 detenuti/e : la tendenza appare dunque nuovamente verso il sovraffollamento: la capienza regolamentare è di 226 detenuti/e.

I detenuti definitivi sono in larga maggioranza (187 rispetto a 90 in attesa di sentenza definitiva).

Un elemento significativo da considerare, oltre al numero dei ristretti in quanto tale, è l’elevato flusso in ingresso (soprattutto per custodia cautelare) ed in uscita dalla Casa circondariale. Le conseguenze pratiche sono apprezzabili, in particolare, in termini di criticità dal punto di vista delle iniziative che possono essere concretamente realizzate all’interno del carcere: difficile, talvolta irrealizzabile, l’elaborazione di programmi di attività di lungo periodo. Il problema principale concerne le attività scolastiche e più in generale di formazione, nonché quelle in senso lato “trattamentali”.

 

In particolare la situazione delle detenute è problematica. Su questo aspetto il Garante si è più volte confrontato con i/le volontari/e, sia vie brevi sia con incontri presso la Casa della Donna di Pisa. Si è fatto promotore anche di un incontro fra la Direzione e il volontariato (soprattutto chi è attivo nella sezione femminile), al fine di chiarire alcuni aspetti problematici di cui hanno fatto esperienza i volontari ed in relazione ai quali si sono determinate situazioni di insoddisfazione e perplessità. Le criticità sono state indicate in dettaglio in una lista tabellare composta dai volontari, condivisa con il Garante e portata preventivamente a conoscenza del Direttore al fine di indirizzare efficientemente la discussione.

Riguardo i detenuti stranieri sono in questo momento in maggioranza piuttosto significativa (164, a fronte di 113 italiani/e). Ciò porta a delle conseguenze:

-Linguistici: buona parte dei detenuti stranieri sembra parlare bensì italiano, ma si tratta troppo spesso di un livello talmente basico da rendere problematica l’intesa nei rapporti interpersonali, spesso precaria la comprensione compiuta della propria posizione giuridica e dei propri dei diritti (e relativi limiti), difficile l’interazione con il personale di custodia.

-Permesso di soggiorno. Problema ricorrente sono le procedure per la richiesta di permesso di soggiorno in caso di permesso scaduto in costanza di detenzione. Con la Questura è stato possibile chiarire in parte la procedura per il caso di soggetti liberandi; ma accade che il permesso sia necessario per l’esercizio di diritti in costanza di detenzione (es., apertura di conto per accredito pensioni di invalidità; patente, utile in caso di permessi).

-Rapporti familiari. Ricorrente il problema del diritto di visita ai figli in particolare nel caso di separazioni, divorzi, rapporti di fatto interrotti. Talvolta non vi sono limitazioni da parte del tribunale dei minori, ma all’atto pratico pare molto difficile costruire da parte dei servizi territoriali un programma condiviso di visite “protette”. In altri casi le limitazioni vi sono, e si rivela spesso molto difficile far comprendere la situazione all’interessato (su questi aspetti, come per il punto che segue, è devastante la mancanza di un servizio stabile di mediazione culturale).

-Efficacia del trattamento. I fattori sopra esposti sembrano condizionare pesantemente anche il rapporto fra il detenuto e l’area educativa. La attuale mancanza di un servizio stabile di mediazione culturale, come del resto di interpreti, pregiudica sensibilmente l’efficacia dell’interazione e quindi del percorso cd. trattamentale.

La quantificazione dei tossicodipendenti è oggetto di discussione, per la non condivisione di taluni parametri di valutazione dello stato di tossicodipendenza; su ciò è stato effettuato un confronto fra direzione, scrivente e Garante Regionale.

Ci sono delle carenze nel complesso dell’edificio, che risale agli anni Trenta: all’epoca vigeva un regolamento penitenziario al quale era sconosciuta la logica cd. trattamentale, introdotta dalla cd. legge Gozzini del 1975 (e successivamente modificata con la cd. legge Simeone del 1986). Si è trattato di una svolta normativa dipendente dal radicale cambio di filosofia nel percepire il concetto di esecuzione della pena, che ruota ora attorno al trattamento individualizzato; a questo cambiamento di filosofia ovviamente avrebbe dovuto accompagnarsi un cambiamento operativo – valorizzazione delle attività rieducative; garanzia dei diritti fra cui non da ultimo quello al lavoro – le cui esigenze sono anche di tipo strutturale: disponibilità di spazi adeguati; disponibilità di strumentazione adeguata alle attività predette, soprattutto a quelle di formazione, eccetera.

Per cui la struttura va rifatta da cima a fondo, pena il tradursi in un carcere a regime pre-democratico. La situazione è particolarmente sofferta dai volontari, in particolare da chi offre attività di preparazione scolastica; questo disagio è stato oggetto di ripetuto confronto fra i volontari e lo scrivente.

 

 

Il carcere non è una realtà irrelata con la società esterna. Anche per le attività istituzionali legate al cosiddetto trattamento, il contatto con la società civile e le sue istituzioni è imprescindibile (e previsto da norme di ordinamento penitenziario, per quanto del tutto inattuate/inattuabili).

E’ necessario aumentare la frequenza dei contatti con i servizi territoriali, per quanto non sono mancate occasioni di incontro e sinergie, in particolare con la Società della salute. Inoltre, potenziare una progettualità di medio-lungo periodo, migliorando la sinergia con lo stesso Comune nonché fra il Comune da un lato, organizzazioni di volontariato (inclusi singoli soggetti che accedono al carcere come responsabili di progetti) e imprenditoria privata dall’altro, soprattutto ai fini di accedere a fonti di finanziamento diverse da quelle pubbliche, di fatto scarsissime, o proprio inesistenti.

A proposito dei finanziamenti, d’altra parte, è necessario promuovere il superamento di paradossali, quasi surreali ostacoli burocratici alla contabilizzazione (e dunque alla ricevibilità) di donazioni non destinate ad attività meramente ricreative. Su questi aspetti sono necessari maggiori approfondimenti.

 

 

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