68 anni fa, 31 agosto 1943: il tragico bombardamento di Pisa. Migliaia di morti per uno dei più pesanti eventi della guerra in Italia

PISA – Sessantotto anni e sentirli tutti, ogni volta allo stesso modo. Oggi 31 agosto si ricorda infatti un triste episodio della millenaria storia pisana. Il tempo passa e le ferite si risanano, almeno quelle materiali anche se non tutte sono del tutto scomparse. I più, oggi, ignorano cosa accadde, ma i più anziani e chi ha vissuto quei momenti non possono resettare. Alle 13 di quel maledetto 31 agosto del 43, Pisa venne investita da un uragano di fuoco, un inferno che durò sette lunghissimi minuti. Alla fine la città ne fu tragicamente sconvolta ed in gran parte mutò fisionomia. E quella triste data trova eco anche su Facebook dove il gruppo del Popolo Pisano ha pubblicato un post con foto ed immagini molto toccanti, con l’invito ad essere presenti alla cerimonia nella chiesa di Porta a Mare. Il bombardamento era inaspettato e giunse nel periodo in cui gran parte d’Italia cullava una illusione destinata a durare ben poco. Fino alla tarda estate del 42 la guerra era sempre stata lontana e tutto sommato fortunata per l’Italia. Alla lunga però la situazione cambiò e dopo la battaglia di El Alamein iniziò una lunga ritirata. Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio del 43 contribuì alla caduta del fascismo e del governo Mussolini il 25 luglio. Il Re scaricò Mussolini e nominò capo del governo Badoglio che però, temporeggiava. Temeva l’ira di Hitler ma cercava anche una via di fuga conveniente, espressa dalla sibillina frase “La guerra continua” pronunciata proprio il 25 luglio. Intanto però erano cominciate le trattative con gli alleati che si fidavano ben poco. E per mettere a tacere (parole di Churchill) “Il ventre molle dell’Asse” non c’era miglior medicina delle bombe. In questa ottica si spiega il bombardamento di Roma, del sud Italia e di Pisa. Le bombe dovevano convincere l’Italia alla capitolazione e paradossalmente dopo la caduta di Mussolini i bombardamenti, sulle già martoriate città italiane, aumentarono in modo esponenziale. L’armistizio fu firmato il 3 settembre a Cassibile, anche se poi fu annunciato solo l’8 settembre. Quello di Pisa fu un bombardamento inutile dal punto di vista militare, dato che l’Italia era ormai in ginocchio ed i rifornimenti tedeschi non furono messi in pericolo. Inutile anche dal punto di vista mentale, dato che il morale dei pisani e degli italiani era da tempo sotto i tacchi. Un tipo di bombardamento già sperimentato in molti scenari e messo in pratica in Italia su volere di Arthur Harris, comandante dei bombardieri della Royal Air Force. Furono tragiche ore, durante le quali scomparvero molti storici aspetti pisani. Andarono persi patrimoni artistici come il complesso della Cittadella, ricostruito nel dopoguerra ma in modo diverso ed incompleto. Andò definitivamente perso l’uso del sostegno, cioè la struttura che permetteva l’unione dell’Arno al canale dei Navicelli. Un sistema che permetteva la navigazione (da Pisa a Livorno) adatto appunto per i navicelli, imbarcazioni leggere che poi hanno dato il nome al canale.

Quella mattina del 31 agosto, ben 152 apparecchi statunitensi decollarono dalla base di Oudna in Tunisia e furono infatti addirittura 480 le tonnellate di bombe sganciate su Pisa. La guerra come si suol dire è guerra, ed i pisani si erano abituati agli allarmi che, si concludevano con un nulla di fatto, visto che spesso gli aerei si dirigevano da altre parti. Si era perso l’uso di recarsi nei rifugi e si continuava come se nulla fosse. L’allarme aveva già suonato ma niente all’orizzonte. La tragedia arrivò quando molti erano a pranzo. Tra gli aerei impegnati c’erano 48 B 17, i bombardieri pesanti tristemente famosi. Giunti in prossimità della città, il primo nucleo detto flight leader iniziò a sganciare le bombe, gli altri apparecchi che seguivano dovettero bombardare alla cieca tanto era il fumo prodotto dalle prime bombe. Il quartiere di Porta a Mare non esisteva più. Sulla fabbrica della Saint Gobain caddero 367 bombe che provocarono 56 morti tra gli operai, quasi tutti rimasti uccisi durante la pausa pranzo. La contraerea potè ben poco. Le batterie tedesche da 88 e quelle italiane da 90 abbatterono 4 velivoli, mentre dal campo di Arena Metato si alzò la caccia italiana con alcuni Macchi 200, impotenti di fronte alle fortezze volanti. Anche i piloti italiani pagarono un duro tributo. In tutto caddero, da un’altezza di seimila metri, sulla parte meridionale della città 480 tonnellate di bombe, delle quali pochissime restarono inesplose. Sette minuti che provocarono non meno di 900 morti. Alcune fonti parlano anche di circa 2500 morti ma nessuna cifra ufficiale è stata mai fornita. Alla fine si contarono i danni: furono 2500 le case distrutte o comunque sinistrate, i lungarni semidistrutti, i ponti crollati, la stazione rasa al suolo, il quartiere di Porta a Mare (come detto) polverizzato, danneggiate gravemente le chiese di Sant’Antonio, San Paolo a Ripa d’Arno, distrutto il convento delle Benedettine che si salvarono miracolosamente, gravemente danneggiata la cappelletta di Sant’Agata. Oggi la città intera ha il dovere di ricordare e di non dimenticare mai quei pisani, ma non solo, che pagarono con la vita il durissimo prezzo di una guerra che all’alba del primo settembre del’ 43 era ancora ben lontana da potersi dire conclusa. Tanto che un anno dopo il fronte passò anche lungo le rive dell’Arno, ed il camposanto del Duomo ne pagò le spese ricevendo alcune cannonate.

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